1 Novembre 2026

CARCERE DI IGLESIAS

SARDINIA URBEX NELL’EX CARCERE DI SA STOIA

Alle porte della città, nella località di Sa Stoia, sorge il carcere abbandonato di Iglesias, un complesso che per oltre vent’anni ha rappresentato una delle realtà del sistema penitenziario della Sardegna sud-occidentale: l’ex casa circondariale di Iglesias.

Un edificio relativamente recente, lontano dall’immagine delle antiche prigioni caratterizzate da mura secolari e architetture imponenti, ma non per questo meno interessante dal punto di vista storico e sociale.

Dietro i cancelli, le recinzioni e le strutture in cemento si è svolta per anni la quotidianità di detenuti, agenti di polizia penitenziaria, educatori e personale amministrativo. Un luogo segnato da regole, isolamento e routine, nel quale si intrecciavano storie personali e vicende giudiziarie.

La sua storia è particolarmente significativa perché, a differenza di molti altri edifici abbandonati della Sardegna, il carcere di Sa Stoia non appartiene a un passato lontano. La sua chiusura risale infatti al 2015, quando l’istituto cessò definitivamente la propria attività.

Nel 2024 ho avuto modo di visitare questo complesso ormai dismesso, documentando attraverso le mie fotografie ciò che rimane di una struttura che, fino a pochi anni prima, ospitava decine di persone.

UN PO’ DI STORIA

La storia del carcere di Iglesias ha inizio negli anni Ottanta, quando venne realizzata una nuova struttura penitenziaria nella zona di Sa Stoia, alla periferia della città.

Il progetto originario prevedeva una sezione a custodia attenuata destinata a giovani adulti con condanne brevi. Si trattava quindi di una struttura pensata per esigenze differenti rispetto a quelle di una tradizionale casa circondariale.

L’istituto entrò in funzione nel 1994, ma la sua destinazione venne modificata per rispondere alle necessità del sistema penitenziario. Gli ambienti furono adattati a ospitare detenuti con caratteristiche ed esigenze diverse da quelle inizialmente previste.

Questa trasformazione ebbe conseguenze importanti sull’organizzazione degli spazi: alcune stanze destinate ai colloqui e alle perquisizioni vennero ricavate da ambienti non progettati per quelle funzioni, mentre altre attività dovevano condividere locali insufficienti.

Fin dall’inizio, dunque, il carcere si trovò a convivere con limiti strutturali che sarebbero emersi con maggiore evidenza negli anni successivi.

LA VITA ALL’INTERNO DEL CARCERE

Nei primi anni di attività, la casa circondariale di Iglesias ospitava un numero relativamente contenuto di detenuti, prevalentemente provenienti dalla Sardegna.

Fino al 2002 le presenze si mantennero entro le sessanta unità, ma negli anni successivi la situazione cambiò sensibilmente.

A partire dal 2004, secondo i dati raccolti dall’associazione Antigone, la popolazione detenuta superò mediamente le cento persone, includendo numerosi detenuti trasferiti da istituti penitenziari di altre regioni italiane.

L’aumento delle presenze mise ulteriormente sotto pressione una struttura già caratterizzata da spazi limitati e da una distribuzione degli ambienti poco funzionale.

Alle difficoltà logistiche si aggiungevano quelle legate alla carenza di personale, soprattutto nei settori amministrativo ed educativo.

Il carcere ospitava anche una sezione protetta, inizialmente destinata ai collaboratori di giustizia e successivamente utilizzata per altre categorie di detenuti che necessitavano di particolari condizioni di sicurezza.

Nonostante queste criticità, all’interno dell’istituto operavano anche associazioni e volontari impegnati nell’assistenza ai detenuti, tra cui la Caritas.

La chiusura del 2015

Il destino della casa circondariale di Iglesias cominciò a delinearsi nel 2014, nell’ambito della riorganizzazione del sistema penitenziario sardo.

Il Ministero della Giustizia aveva disposto la chiusura dell’istituto con un decreto del 28 maggio 2014, una decisione che suscitò proteste e preoccupazioni tra il personale, le organizzazioni sindacali e parte della comunità locale.

Tra le motivazioni emerse figuravano le condizioni dell’edificio e gli elevati costi necessari per risolverne i problemi strutturali.

La chiusura effettiva arrivò il 7 febbraio 2015, quando gli ultimi detenuti vennero trasferiti in altre strutture penitenziarie dell’isola.

Secondo quanto riportato dall’ANSA, circa cinquanta persone erano destinate alla nuova casa circondariale di Uta, mentre altre quindici dovevano raggiungere il carcere di Sassari.

Con quel trasferimento si concludeva un’attività durata poco più di vent’anni.

DALLA CHIUSURA ALL’ABBANDONO

Dopo la cessazione dell’attività penitenziaria, il complesso di Sa Stoia entrò in una fase di progressivo inutilizzo.

Nel giugno 2016 si conclusero formalmente le operazioni di dismissione, con la restituzione degli immobili all’Agenzia del Demanio.

Negli anni successivi furono avanzate diverse ipotesi per recuperare e riutilizzare gli edifici.

Tra queste emerse anche la possibilità di destinare l’ex carcere all’accoglienza dei migranti, una prospettiva che nel 2016 alimentò discussioni sulle condizioni della struttura e sulla sua effettiva idoneità.

Le difficoltà legate alla riconversione, tuttavia, continuarono a rappresentare un ostacolo.

Nel frattempo il complesso rimaneva inutilizzato, esposto al deterioramento e alla mancanza di manutenzione, trasformandosi progressivamente in un altro esempio di patrimonio pubblico dismesso.

Quando l’ho visitato nel 2024, erano trascorsi ormai nove anni dalla chiusura dell’istituto.

L’ex carcere di Sa Stoia rappresenta una testimonianza relativamente recente della storia di Iglesias, ma anche un esempio delle difficoltà che spesso accompagnano la dismissione e il recupero delle strutture pubbliche.

Scopri altre strutture abbandonate della Sardegna nella sezione Ospedali e istituti di Sardinia Urbex.

Per approfondire la storia e le condizioni dell’istituto, consulta la scheda dedicata alla Casa circondariale di Iglesias dell’associazione Antigone.

GALLERIA FOTO

NOTA:

Le foto in tutti gli articoli sono pubblicate esclusivamente per documentare la bellezza di questi posti e non sono un invito a replicarle. Sardinia Urbex declina la propria responsabilità di fronte ad atti vandalici e sconsiglia l’ingresso.

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